Preghiera, by Uvaozio
Non prego troppo spesso. Neanche so se posso dirmi credente. So che ogni tanto sento di dover parlare a qualcuno o con qualcosa, anche se dubito di essere ascoltato e dubito che otterrò una risposta. Quando mi metto a pregare, uso questo verbo per obblighi di chiarezza, mi piace farlo come lo vedo fare a Kemal, Afiq e Nasri, marinai che negli anni ho incontrato galleggiando sul mare. Prego a braccia aperte a occhi chiusi rivolti verso l’alto. Non ho mai fatto caso se i tre arabi pregassero a occhi chiusi o aperti. A me piace di più pregare con gli occhi chiusi, come facevo anni fa quando speravo di baciare le prime ragazzine. Forse è per questo che ho sempre baciato con gli occhi chiusi. Non mi è mai piaciuto pregare con le mani chiuse, mi sa di difesa, di paura. Preferisco aprire e accogliere, pur ammettendo che finché non avevo visto loro tre pregare in quel modo non ci avevo mai pensato. Sì, avevo pregato a mani conserte anche prima ma quella era una semplice chiacchierata. Le notti in nave sono lunghe e non sempre i rumori e l’onda ti fanno dormire. Come spesso non mi ha fatto dormire il ricordo e l’odore di questa o quella prostituta, incontrata e amata, si fa per dire, solo per andare a occupare una casella vuota e che mai più si riempirà. È il suo ricordo che quindi non mi fa dormire e certe volte mi costringe a interrompere il sonno perché un sogno impertinente e noncurante della razionalità mi racconta cose che non voglio sentire e immagini che altre volte ho visto davanti alle quali adesso chiudo gli occhi e abbasso la testa. Quando le lunghe insonni notti me lo permettevano provavo a scambiare qualche parola con il Capitano, quello che naviga non sull’acqua ma sul vento e sopra le nostre teste. Ripeto, non mi aspettavo risposte e non ero sicuro di essere ascoltato ma almeno mi aiutavo nel trascorrere le ore. Raccontavo la giornata e non nego che serviva anche a me riordinare le idee e gli avvenimenti del tempo appena trascorso. Mia madre, dopo aver finito di stirare i panni appena lavati e stesi, apriva i cassetti e riordinava lì dentro magliette, mutande, calzini e tutte le altre cose con una cura addirittura fastidiosa. Ho bisogno di fare così per dare un senso alla serie di eventi, apparentemente inutili, che i miei sensi avevano colto durante il tempo tra l’alba e il sonno. Mi serviva per capire che quegli eventi, apparentemente inutili, se riordinati assumevano la loro vera caratteristica. Ovvero essere effettivamente inutili e senza senso. Racconto al Capitano di come ho passato i vari momenti della giornata, mi scuso se certe volte ho sentito di aver superato qualche limite che mi ero autoimposto. Lo ringrazio per badare alle persone a cui voglio veramente bene. Se esiste, il Capitano, questa operazione di controllo gli porta via pochissimo tempo. Poi lo saluto, “a domani”. Quando sto in mare di eventi non ce n’è un granché. Certe notti potrei stare a raccontare a Dio come si sfuma il blu a seconda delle nubi che passano e potrei giocare con Lui a dare un nome a ognuna di queste sfumature. Credo si annoierebbe. Si annoierebbe se parlassi tutte le notti del sorriso che non dimentico. Non so come prenderebbe il racconto dei nostri incontri. Dicono di lui sia molto attento a certi argomenti. Comunque non glieli racconto, non farebbe bene nemmeno a me. C’è poco da mettere a posto lì, immagini che già stanno nel cassetto che non aprirò più. E che si apre di notte, da solo.
Mi piace pregare, se la cosa che faccio dopo tutta la spiegazione si può sempre chiamare così, anche di giorno, adesso. Sotto il sole. Sul ponte. In piedi. Allargo gli avambracci e coi palmi lascio che il sole cada tra le mie braccia. Gli occhi li tengo chiusi ma certe volte provo a bruciarmi le pupille. Così, quando li richiudo, posso finalmente sorridere.
[Listening to Verdena, Il Gulliver]