Qualcuno ci sarà sempre. Anche quando manca la terra sotto ai piedi. Perché anche in fondo al pozzo di solito c'è sempre terra sotto ai piedi. Di solito, non sempre. Non stavolta.
Eppure quel Qualcuno c'è sempre.
Grazie.

Syrie Kovitz, Upstate II
Il fatto: Marcello Baraghini - storico fondatore di Stampa Alternativa - sarà prossimo ospite dei fascisti sprangatori di Casa Pound per la presentazione di un libro sullo scrittore anarco/comunista grossetano Luciano Bianciardi, forse insieme a Ettore Bianciardi, figlio dello scrittore.
Io non esisto. Io non conosco. Io non so. Io sento. E come a puntura di insetto il mio corpo il mio organismo la mia mente reagiscono di conseguenza . Uno stimolo che viene dall’esterno viene elaborato dentro di me, lo faccio mio e in un millesimo di secondo rispondo. Senza sapere, senza conoscere, senza esistere. Vedo oltre quello che mi è dato vedere e quindi vedo cose che come me non esistono. Eppure è un mondo che amo, il mio mondo, mondo che creo e costruisco con le reazioni chimiche e le scosse elettriche che percorrono il mio cervello. A poche persone, pochissime, ho permesso di entrare e camminare lungo i miei sentieri, sedersi davanti al camino del mio salotto. Poche persone hanno visto gli alberi e le foglie in terra che sono parte imprescindibile del mio bosco. Qualcuno si è trovato bene e a questi qualcuno ho donato, ho dato un ricordo di questo mio mondo. Alcune volte ho provato a chiedere indietro ciò che ho dato ma il tentativo è stato inutile, era troppo tardi. Se ne sono andate con un quadro attaccato nel mio corridoio, quando ringraziando quando no. Non hanno rubato niente visto che sono io che ho dato. Sono pezzi di me che se questi qualcuno potessero mai trovarsi insieme potrebbero ricostruire in un puzzle. Che alla fine non tornerebbe mai visto che mancherebbe la loro essenza. Mancherei io, che infatti non esisto. Come non esistono tutti i pezzi che camminano con me in un mondo che sembra fatto di nuvole e d’aria. Non mi riconosco in questo mondo esterno e da un po’ di tempo stento a riconoscerne gli stimoli, mancandomi un codice di cifratura e di lettura che invece prima mi sembrava così familiare. Non è questo un mondo per chi sente. Non è questo un tempo per chi sente.


I can’t get on. I can’t get on. Because I live in the past and it’s too strong. I can’t get on. I can’t get on. Because I live in the past and it’s too strong. And the present is imperfect. And the future, well, it’s conditional. And the past’s a foreign land that I’m trying to understand. And all the girls are framed in the order that they came. And the best friends do their worst to remind me that I’m cursed. And I’d just like to say that I’m sorry to everyone that just wants to get on, that just wants to get on but I...
Piano Magic - The Nostalgist
Your life’s like a comic book - all shadows and childhood fantasy. The people you love, disguised, in a velvet glove biography. But I recognise what’s going on : deleted scenes. And when your eyes go out, you play them back, as broken dreams. I don’t get you anymore. I don’t get you anymore. I don’t get you anymore. I can’t respect you anymore. You got a letter from an old friend, asking why you never spoke again. You leave your lovers cast in amber past and those times you can’t evoke again. I don’t get you anymore. I don’t get you anymore. I don’t get you anymore. I can’t respect you anymore. You’re in denial, you’re not on trial.
Piano Magic - Deleted Scenes
When a man lies he murders
Some part of the world
These are the pale deaths which
Men miscall their lives
All this I cannot bear
to witness any longer
Cannot the kingdom of salvation
Take me home
Metallica - To Live Is To Die

Cos’è il sogno? Quel notturno distinguo tra il sonno dei vivi e il sonno dei morti. Perché qui sta la differenza di cellule cerebrali che sempre lavorano e funzionano e disegnano vivide e sfuocate immagini nella mente di chi dorme. Quindi che cos’è il sogno? Ho sempre creduto che il sogno fosse un riordinare i cassetti con le immagini della giornata e delle giornate precedenti il momento in cui si è chiuso gli occhi. Questo sta qua, questo invece lo piego bene e lo metto qua dietro. Credo di sognare molto ma sono poche le mattine in cui mi sveglio e ricordo bene cosa ho sognato. Appunto ricordare un sogno come ricordare un evento, un episodio un avvenimento realmente accaduto. Ultimamente, forse complice una certa riattivazione del mio Io, mi sono svegliato e ho ricordato molto di tutto quello che era successo il giorno precedente. Niente di onirico, paradossalmente, anzi immagini di un vissuto sfumato ma desiderato, con persone conosciute. Immagini che durante la veglia, durante i momenti in cui non dormo, faccio di tutto per non considerarle e cancellarle. E ci riesco anche molto bene. Nel sogno invece tutto sfugge al controllo di tali freni e si cambia il desiderio. Non si desidera più la cancellazione di qualcuno ma invece si desidera un abbraccio, una pelle nuda e bianca da guardare e baciare solleticando la soffice peluria che la copre. Un tatuaggio, incredibile, che per tale persona il tatuaggio non ha significato. Sì, ovvio, il tatuaggio era il mio, anche se sotto altre forme e altri disegni. Ma soprattutto il desiderata era la serenità di tali momenti, una specie di pace temporanea. Giorni di veglia e di lotta si direbbe dove lo sforzo è tutto concentrato nei denti stretti e negli occhi alti. Giorni di veglia e di lotta che però non stancano ma anzi nutrono lo spirito e il corpo in un’epica lotta quotidiana con la nostalgia e il rimorso. La notte, però, il guerriero chiude gli occhi e sogna il suo Valhalla dove appoggia la sua armatura in un angolo della stanza e si china davanti al fuoco, rincorrendo i guizzi della fiamma negli occhi della sua amata valchiria. Oppure è l’arguto e curioso pensatore che ha capito il significato dell’esistenza e quando si addormenta chiude gli occhi e si sente prendere per mano dalla sua fuggevole musa che lo accompagna nel bosco a cercare l’Albero della Conoscenza. Come il samurai con la sua amorevole e ossequiosa geisha. O il poeta cieco che viene accolto tra le braccia di Athena. Sogno anch’io la mia donna, quella che c’è stata, quella che ci sarà e quella che mai vedrò. Figlia, compagna, madre, amante e puttana, sì ancora e ancora queste figure che in Lisbona la Bianca vedo sempre rispettate e rispecchiate ogni volta che ritrovo i suoi marmi. Come questa giovane ragazza riccia, no, con i capelli lisci, e gli occhi verdi, anzi marroni che seppure cangiante è sempre lei. Stanotte si chiamava Francesca, come mia madre appunto, in un episodio di capuletiana passione e paura dove lei piccola e innamorata farebbe di tutto pur di avere una vita con me. Ma non si sa i genitori cosa ne penserebbero e quindi ci abbracciamo e ci baciamo e allontaniamo il momento del saluto come se fosse smembrarsi e perdere un arto. Quindi sogno, senza sapere cosa sia il sogno, smontando le teorie dell’ordine dei cassetti anche se non completamente. Tutto si rilassa nel sogno e sfugge al controllo della razionalità, al controllo della mente vigile e macchiata dall’esperienza. E nel sonno dei vivi mi piace galleggiare e ripercorrere anche in veglia le curve di quel corpo latteo, le labbra di quella giovane ragazza e una notte fresca e senza nuvole.
Listening to Anathema – Fragile Dreams
Dedicata a mio nonno Ernesto Raffaele e a chi non ha bisogno di vedere scritto il suo nome per capire

Lento. Lento, lento. Lento e lento è il susseguirsi delle onde che si infrangono sulla chiglia della nave. Me ne sto in piedi sul ponte e fumo una sigaretta. Francese, comprata a Marsiglia. Una volta ho visto un film dove dicevano che quelle erano le sigarette dei partigiani francesi. Blu, con un elmo in rilievo sul pacchetto. Blu, come le fumava mio nonno, lui senza filtro. Blu come gli occhi di mio nonno, sparito mangiato da un tumore quando ancora poteva raccontarmi tante cose. Comunista in fuga da una terra povera salito e poi sceso in gallerie a scavare e mettere mine. Blu. Come il mare, come l’alone di cui le stelle si circondano stagliandosi nel nero della notte. Blu come il mare che bagnava le spiagge che ho lasciato alle mie spalle che ancora mi mancano ma non mi mancano. Spiagge di sabbia fina che rimane attaccata alla pelle e che non se ne va via nemmeno dopo una vigorosa passata di mano che sfiora la pelle rossa dal sole e dal sale. Spiaggia, che rimane attaccata e non se ne va via nemmeno dopo aver scrollato la testa a scacciare pensieri come se fossero mosche. E a forza di pensare mi dimentico della sigaretta e più lungo è il cono di cenere che si allunga dal filtro. Non sono di turno eppure non sono rimasto nella mia stanza, a dormire, a pensare e a sognare. Come se questa sospensione dal mondo, dalla realtà, sull’acqua non fosse essa stessa un sogno, una pausa tra quando non c’ero e quando non ci sarò. Sono scappato via dalla mia stanza perché stupidamente mi sono messo a rileggere il mio diario dove le spiagge, la stessa spiaggia, ricompariva troppo di frequente. Un bacio, una fotografia, da solo, con qualcun altro, sempre con una giacca a proteggermi dal freddo, anche quando l’estate abbassava gli occhi per far passare il vento da sopra la sua testa. E la spiaggia era ferma aspettando il mare che cercava di abbracciarla ma le non voleva accoglierlo e quindi lo respingeva e sempre la voleva abbracciare e lei non lo accoglieva e lo respingeva. Anche adesso, pur non vedendola, la spiaggia continua a rifiutare l’abbraccio del mare, lo sapevo. Getto il mozzicone della sigaretta non fumata e ormai finita in acqua. Non è bello, non è pulito ma non me ne importa niente. Guardo il sole socchiudendo gli occhi e riaprendoli dopo poco a farmi del male perché lo voglio perché voglio che quella luce forte e calda cancelli quella spiaggia che sta nella mia testa, spiaggia che ho dovuto lasciare che non ho voluto lasciare ma che il mio corpo ha lasciato come per reazione, come se gli anticorpi avessero voluto proteggermi da qualcosa. Quella spiaggia di giorno, di notte. Sguardi che si incrociano, labbra che si sfiorano e sanno di birra e di acqua salata, dita che frugano in mezzo alle cosce mentre i miei occhi si chiudono e si aprono respirando prima la sua pelle poi i suoi occhi e poi la notte mentre sposto l’orecchio verso la sua bocca per sentire il suo respiro tagliato che cerca l’aria e si interrompe con un singulto, con un sussurro. Con un sì. Dietro di me sento salire la musica dalla piscina in mezzo al ponte sotto le ringhiere là in fondo. Cerco di distogliermi dai miei pensieri ascoltando quella musica e getto gli occhi in su seguendo quel gabbiano che ci segue sperando di raccattare qualche nostro avanzo. Anche lui deve essere partito dalla terraferma non troppo lontana ormai troppo lontana. Io che ho sempre amato poco il mare adesso lo vivo, è parte di me ed è superficie sotto i miei piedi dove scorro, dove passo senza muovermi. Il mare che sta sulla mia pelle. E il mare è lento, e blu, come gli occhi di mio nonno. Come. Mi faccio dondolare da questo lento blu, da questo tango tra uno e uno che non si possono lasciare perché cadrebbero uno sopra l’altro. Onda dopo onda, passo dopo passo, la prua si alza e si abbassa su questo mare. Quando più veloce quando più lenta con il vento che asseconda i nostri respiri e noi respiriamo con lui e in un momento sembra di sentire finalmente il silenzio che invece è solo una pallida illusione. Il silenzio è la ripetizione dello stesso rumore, della stessa acqua che cambia sempre e che non è mai la stessa e si schianta su questo acciaio fino a salire al mio volto in piccolissime gocce blu. Blu. Cammino cercando il mio equilibrio. Gioco col vento che passa tra i miei capelli e rinfresca la pelle bruciata. Una volta non avevo questi capelli bianchi sulle tempie. Non avevo la barba e fino a tanti anni fa non avevo peli sul petto sulle gambe e sul pube. Cerco ombra e lei si sposta, vorrei sedermi all’ombra a leggere e mi manca la concentrazione, lo so, per seguire quelle righe. Torno quindi alla ringhiera sulla prua e guardo la linea che divide il blu del mare del cielo. Una volta ho visto un film dove la protagonista aveva i capelli blu. Blu, come gli occhi di mio nonno. Forse mi ero illuso che quella linea sulla nave potrebbe essere più vicina di come la vedevo dalla spiaggia. Quella spiaggia. Che non volevo lasciare come la mia città non è mai riuscita a lasciarla, con quella sua forma di nave bianca che sta attaccata al marmo e alla terra di cui è fatta. Un molo di pietra, un molo di nostalgia, un molo di rimorsi e di “poteva essere ma non è stato”, di pazienza e di attesa. Urlo. Urlo a sfidare le onde che si scontrano con l’acciaio e che mi sentano tutti che tutti sentano il mio urlo a pieni polmoni che si vogliono svuotare dell’aria che hanno dentro, aria sporcata da chi. Voglio finirla quest’aria e poi volare dalla ringhiera dove mi sono ritrovato in piedi e continuo a urlare mentre mi lancio nel blu del cielo e del mare a volare a seguire quel gabbiano. A diventare parte di quel blu del cielo e del mare essere tutt’uno con lui. Blu, come gli occhi di mio nonno. I miei occhi. Chiusi.
Listening to Sigur Rós - Untitled 8 (Popplagid)

So this is permanence, love's shattered pride
What once was innocence, turned on its side
Grey cloud hangs over me, marks every move
Deep in the memory of what once was love
Oh, how I realised how I wanted time
Put into perspective, tried so hard to find
Just for one moment I thought I'd found my way
Destiny unfolded, I watched it slip away
Excessive flashpoints, beyond all reach
Solitary demands for all I'd like to keep
Let's take a ride out, see what we can find
A valueless collection of hopes and past desires
I never realised the lengths I'd have to go
All the darkest corners of a sense I didn't know
Just for one moment I heard somebody call
Looked beyond the day in hand, there's nothing there at all
Now that I've realised how it's all gone wrong
Got to find some therapy, this treatment takes too long
Deep in the heart of where sympathy held sway
Got to find my destiny before it gets too late
Joy Division - 24 Hours
"Anche se avete chiuso
le vostre porte sul nostro muso
la notte che le pantere
ci mordevano il sedere
lasciandoci in buonafede
massacrare sui marciapiedi
anche se ora ve ne fregate,
voi quella notte voi c'eravate.
E se nei vostri quartieri
tutto è rimasto come ieri,
senza le barricate
senza feriti, senza granate,
se avete preso per buone
le "verità" della televisione
anche se allora vi siete assolti
siete lo stesso coinvolti"
Fabrizio De André - La Canzone del Maggio
Comunicato Supportolegale
Giovedì 13 novembre 2008 si è concluso l’ultimo dei tre grandi processi di primo grado per gli eventi legati alle proteste contro il G8 del luglio 2001 a Genova.
Il processo a 29 funzionari di polizia per l’irruzione alla scuola Diaz che terminò con 93 persone arrestate illegalmente e 61 di queste ferite gravemente si è concluso con una sentenza esemplare: sedici assoluzioni e tredici condanne.
Il tribunale ha deciso di condannare solo gli operativi e di assolvere a pieno titolo chi ha pianificato un’operazione vendicativa e meschina. Di assolvere le menti che per giustificare una carneficina hanno deciso di piazzare due bombe molotov recuperate nel pomeriggio tra gli oggetti rinvenuti, di mentire circa l’accoltellamento di un agente, di coprirsi l’uno con l’altro raccontando incredibili resistenze da parte degli occupanti della scuola e saccheggiando il media center che vi si trovava di fronte. La ciliegina sulla torta del presidente Barone e delle sue due giudici a latere Maggio e Deloprete: alle vittime di quella notte va qualche spicciolo, tanto perché nessuno si lamenti di essere stato tagliato fuori da una immaginaria torta.
Alla lettura della sentenza nessuno di noi si è meravigliato. Non siamo delusi, non siamo tristi, né pensiamo alcuno dovrebbe esserlo. Siamo solo furiosi.
Non abbiamo mai creduto che la giustizia fosse veramente “uguale per tutti”, non abbiamo mai creduto che chi esercita il potere avrebbe ammesso di essere giudicato, di essere messo in discussione.
Ma il dileggio con cui è stata confezionata questa sentenza parla da sé: l’amnistia per la polizia è la seconda parte di quell’operazione vendicativa e meschina che ha portato alla Diaz.
E’ il secondo tempo della vendetta per la frustrazione e il terrore che lo Stato e i suoi apparati hanno provato in quei giorni di rivolta. Non ce l’hanno mai perdonata e non ce la perdoneranno.
La sentenza che chiude questo ciclo di processi di primo grado dovrebbe essere una lezione di storia, e forse grazie ad essa restituiremo la dignità a una vicenda che ne ha avuta molto poca, perché molti oltre a noi si accorgeranno di
qualcosa che è la base di quanto è successo a Genova in quei giorni.
Esiste una posizione per cui parteggiare: quella degli insofferenti, quella dei subalterni, degli sfruttati, dei deboli, di coloro che lottano per un mondo migliore e più equo.
Ed esiste un’altra posizione, quella di chi comanda ed esegue, di chi tortura e vìola, dei forti con i deboli e dei deboli con i forti, quella di chi esercita il potere e lo coltiva.
Nella vita bisogna scegliere. Noi lo abbiamo fatto, oliando meccanismi di memoria che altrimenti avrebbero condannato all’oblìo una pagina nera della storia italiana e internazionale. Noi lo facciamo tutti i giorni. Non abbiamo rimorsi e non abbiamo rimpianti per quanto è avvenuto.
Solo rabbia. E non siamo i soli.
Supportolegale
"Il periodo delle porte chiuse sta finendo. Ma non è ancora il momento giusto per spalancarle. Secondo la mia lettura dei presagi astrali, la cosa migliore è tenerle socchiuse, aprendo solo uno spiraglio per lasciar entrare un po' d'aria e far filtrare un po' della tua luce. In questo modo terrai alla larga quelli che vagano senza meta. E, allo stesso tempo, incoraggerai chi se lo merita a sbirciare dentro per soddisfare la sua sana curiosità".
Santo Dio, finalmente un Brezsny un po' meno buonista del solito. Ottimo consiglio. Difficile capire chi se lo merita, visti anche i precedenti. In effetti ho già iniziato a socchiudere. Il fatto che da un po' di tempo dormo molto meglio e sono più tranquillo avrà a che fare con questo?
Comunque, sottoscrivo in pieno.