

Ho cambiato il mio modo di camminare. Non so se da fuori si nota e onestamente non mi interessa. Quello che importa è che me ne renda conto io. Adesso cammino senza guardare in basso ma con gli occhi dritti davanti e a testa alta. E mi piace. Mi piace notare come avevo dimenticato come sono fatti gli scorci lassù in alto o gli angoli dei tetti che feriscono il cielo. Certo, cielo grigio adesso, ma che quando viene tagliato da quegli spigoli mostra l'azzurro e il bianco. E i palazzi che salgono in verticale. E le facce delle persone. Poi di notte, a rivedere come non facevo ormai da tempo l'Orsa Maggiore. C'era, lì, con la Stella Polare a brillare eppure io cercavo enfatici Osidi o stelle che non c'erano. Invece proprio lì, sopra di me, stava quella Stella Polare a brillare. Contemporaneamente alla schiena diritta se qualcuno mi osserva attentamente può vedere che sorrido anche se non posso negare che il busto eretto mi crea disagio. Non essendo abituato a questo nuovo passo mi sento scoordinato, senza equilibrio, con le braccia che vanno dove vogliono e quindi metto le mani in tasca a evitare un ridicolo dondolio. Sorrido divertito anche di questo perché mi sento un po' come quando da bimbo babbo tolse le ruotine della bici. Avevo paura di cadere ma ero sorpreso e curioso di vedere cosa c'era in fondo alla strada dove giocavano i bimbi grandi. Con le ruotine mica ci potevo andare. Non mi riconosco qua a scrivere e forse nemmeno mi piace come scrivo e non riconosco come mio quello che penso. Eppure è mio e molto più di quando diventavo l'altro per convincerlo e quindi di mio rimaneva poco. Sono a disagio a raccontare i miei sorrisi, paradossale, ma sorrido e me ne frego del disagio. Perché non ho più voglia di camminare a testa bassa, con le spalle che proteggono il petto e gli occhi a terra per cercare di evitare ogni ostacolo. Eppure il fiume mica si lamenta quando incontra i massi lungo il suo corso, vero Dario? Era il 10 gennaio scorso quando ho capito cosa volevo. Un anno preciso a ritrovare le tessere del mosaico. Un anno. E poi, basta un sabato, una strada buia e un disco. 10 gennaio. Quando ho capito che potevo guardare il cielo e i tetti. Come dicevo a M., queste sono le conseguenze dell'innamorarsi. Di sé.


Fabio Volo
È una vita che ti aspetto
Mondadori, 2003



