
Ho incontrato un vecchio amico. Non ci vedevamo da molto tempo e mi sono quasi sorpreso nel trovarlo con i capelli e la barba lunghi. Aveva un che di trasandato ma sorrideva. Abbiamo iniziato a parlare del più e del meno e ci siamo raccontati quello che era successo nelle nostre vite negli ultimi tempi. Abbiamo parlato di che fine avevamo fatto, di donne, di quel ristorante e di quel concerto. Poi siamo passati ai "come quando". Come quando hai conosciuto quella tipa. Come quando tuo padre ha scoperto che fumavi. Come quando quella sera hai bevuto veramente troppo. Poi, tra i sorrisi e le risate, mi ha raccontato di come quando un giorno, pochi giorni fa, sulla stessa panchina dove eravamo seduti, ha incontrato quattro suoi vecchi amici del Texas. Austin, più precisamente. I ragazzi erano qua in Toscana per qualche giorno di vacanza attraversando l'Europa. Si erano dati appuntamento in quel parchino per due chiacchiere accompagnate da tabacco e birra. Non stava bene in quel periodo, mi ha detto. Litigava un po' troppo spesso con la realtà. Mi ha raccontato di come, parlando, tutti e cinque guardassero le nuvole che si facevano spingere dal vento nel cielo come pecore al pascolo. Me li sono immaginati. Qualcuno seduto sulla panchina. Qualcun'altro appoggiato sui gomiti steso sull'erba con i piedi incrociati. Il mio amico mi ha raccontato che in quei momenti si è sentito sereno, al sicuro e ha cominciato a raccontare agli altri quattro il suo "non stare bene". Aveva confidato che circa un anno prima aveva sentito il bisogno di cambiare qualcosa. O anche solo il bisogno di stringere o allentare qualche vite qua e là. E che la maggior parte della strada era stata fatta, sì, ma che rimanevano comunque degli spazi d'ombra tra lui e la realtà a lui circostante. Nel senso, lui mi ha detto che aveva riempito quei buchi che sentiva dentro di sé ma ogni tanto trovava dei cuscinetti scuri tra la sua persona e le persone intorno. Eppure, diceva agli amici, non capiva se questo dipendeva dalla realtà in sé, dal modo in cui comunicava o dalle relazioni che intratteneva. I quattro ascoltavano, alternando negli occhi il suo volto alle nuvole e soffiando in cielo il fumo delle loro sigarette. A un certo punto ha ammesso di aver paura. Paura di morire. Della morte delle persone che sono intorno a lui. Del perdere le persone. O anche di dire cosa si prova a una persona. Forse anche in questo per paura di perderla, quella persona. Era sereno, tranquillo e quindi aveva voglia di raccontarsi. Si mise a guardare il cielo anche lui con il sole che passava tra le nuvole e i tetti e riscaldava la pelle e la giornata di febbraio in cui incontrò i suoi amici texani. Socchiudeva gli occhi davanti al sole e ascoltava le macchine passare sulla strada sotto al parco. A un certo punto, nella tranquillità del momento, nel vuoto così denso che si sentiva addosso per aver confessato di avere paura, si era immaginato cosa avrebbe visto se in cielo fossero scoppiati dei fuochi d'artificio. Non aveva mai visto un fuoco d'artificio di giorno ed era sicuro che in quel momento ci sarebbe stato davvero bene. Delle esplosioni nel cielo, per una volta non di notte. Tutto questo mi ha detto il mio caro vecchio amico. Mi ha anche detto che lo distolse dal pensiero pirotecnico la sommessa risata di uno dei suoi amici. Sorrise, l'amico, quasi educatamente, e con tanta naturalezza tanto ché sembrava fosse il vento a parlare gli confessò che era naturale avere paura.
Continuo a guardare oltre i tetti e sfioro con la pupilla il confine tra il bianco della nuvola e il cielo azzurro che timido si mostra in questi giorni uggiosi e umidi. Oramai mi è naturale avere gli occhi a quell'altezza e sorrido respirando la punta delle lacrime se ascolto un quartetto texano ricordarmi quell'unico momento in cui eravamo soli. E porca miseria non sono ancora stanco di stupirmi di quanto un brandello d'azzurro riesca a farmi stare bene perchè alla fine sono solo io che sto bene e che mi vivo leggero nonostante i 90 e passa chili che mi ritrovo sopra le piante dei piedi. Faccio solo quello che voglio e mi fa stare bene e quindi, di nuovo, scendo dalle colline senesi a quelle di metallo percorrendo due binari, e su uno girano le ruote della mia Punto e sull'altro volo io perché il lettore mi parla di distese oceaniche e di divinità egizie e poi penso alle canzoni del Nilo e ripenso che l'unica cosa che conta è far vibrare la corda del violoncello. No, è vero, non sono matto, non sono folle e se faccio scattare ogni singolo dente dei miei ingranaggi mi rendo conto che in me sta il giusto, che io ho visto bene e che è bella la mia vita. E non conta null'altro se non quel Sole sì con la maiuscola che fa distogliere gli occhi per troppa luce ma anche per umiltà. Provo a portare la mano alla fronte per proteggermi da quei raggi e anche la vista frammentata e ubriacata e stordita dall'abbagliamento mi fa sorridere perché per una volta reggo quell'oro e quei riflessi. Cado in quel bianco così pastoso e denso che non sa di vuoto eppure cado senza sosta sorridendo e non sento il mio peso perché mi rendo conto di non cadere ma volare in quella cavità nascosta, in quel pozzo di muschio e sale e viscosa ambrosia. Non mi fermo. Ci si ferma nei sogni, quando il sole entra dalla finestra. In questa veglia, in questa realtà non mi sveglio, anzi non sono mai stato sveglio e mi faccio scaldare invece da quel Sole sì con la maiuscola. Leggero. Come leggere sono le sensazioni che provo assaporando un pastél com canela e açucar, degno sostituto di una madeleine proustiana e mi faccio accarezzare i capelli di nuovo lunghi dalla mia Bianca Amante. Come leggero è il pensiero che va al mio fratello gemello di nome Quixote che vaga sveglio sognando la sua Regina Dulcinea. Leggero.
p.s.: cara amica che mi ha accompagnato per pochi mesi, sognando che la tua sensibilità fosse la base di grandi sogni, cara amica, volevo dirti che porto di nuovo i calzini bianchi di spugna, quelli che tanto odiavi tanto da farlo sapere al mondo riempiendo i pixel dei tuoi "odi et amo" splinderiani. Mi avevi convinto a non portarli più e invece adesso li ho ritrovati in fondo a un cassetto. Sì, lo stesso cassetto dove stava Dario.

