Slowblue by Uvaozio
Sono alla prua della nave, di nuovo. La sacca in terra, tra i piedi. Cappotto e cappello di lana quasi fino a coprire agli occhi. Sigaretta alle labbra e le sue spirali di fumo che si perdono nello spazio tra la tesa del cappello e il cielo. È notte. Siamo partiti da poco, 10 minuti, e le luci del porto si allontanano gradualmente se giro la testa. Il mare davanti alla punta della nave, sotto questa transenna bianca. Il cielo blu, forse nero, attraversato dalle volute del mio tabacco bruciato davanti agli occhi. Le stelle a bucare, il cielo e gli occhi. Cerco di scorgere stelle cadenti, per auspicio e augurio, ma le onde sotto la chiglia lasciano libero l'occhio e non lo fissano in quei rettangoli. Quella stella, sì, la riconosco. E non mi rimane difficile fissarla e non mi rimane difficile ritrovarla dopo essermi voltato per capire cosa ha causato quel rumore. Quella è la stella, raccontata in fiabe tedesche e danesi dove elfe e uomini e i loro amori riempiono pagine e sogni. È la stella che ha una luce unica e splendida e speciale. Unica, che sembra sorridere e quindi illuminare la notte quando manca il sole. Che brucia ancora di più, come la verità, quando il sole stesso sta per sorgere e quindi più buia si fa la notte. Sole quando non c'è sole, stelle e luna quando non c'è notte. Come adesso, all'alba di questo nuovo giorno dove l'attesa si farà sentire di nuovo, in questo mare dei Tartari piatto e senza vento dove nulla succede se non fosse per qualche pesce che ogni tanto spunta tra le onde. E mi lascio andare al dondolio della nave, alle onde del mare. Mi tolgo il cappotto. È solo l'alba, il sole già comincia a scaldare.