mercoledì, 25 novembre 2009

Senza coraggio

Eccomi.
Di nuovo qua.
Come sempre. Come da anni.
Fermo in mezzo alla nebbia e al fumo. Perché intorno brucia tutto e non posso spegnere l'incendio. Il fuoco fa bruciare gli occhi li fa lacrimare. 
Se faccio un passo in più vado verso il fuoco. Se faccio un passo in più non so dove vado non so cosa incontro.
Ho paura.
Quindi me ne sto fermo e aspetto che qualcuno decida per me dove devo andare.
Come sempre. Come da anni.
E la decisione non si discute. Non c'è modo di dire no non mi piace, no così mi faccio male, no così cado. Così è stato deciso e non c'è possibilità di metterci bocca. Non conta se si urla quando si discute quella decisione. Se urlo avrò sprecato più aria. Inutilmente.
Inutilmente sto fermo. Inutilmente. Sto fermo.
Mi sembra di sentire qualcosa oltre il muro di nebbia fumo e polvere. Oltre il muro di cenere. Mi sembra di vedere qualcosa ma non mi posso fidare dei miei sensi.
Inoltre, non è ancora arrivata nessuna decisione che mi riguardi.
Provo a mettere i piedi uno davanti all'altro. Lentamente prima e poi velocemente perché più mi avvicino alla cortina più mi sembra di intravedere della luce là oltre. La smania di oltrepassare il grigio mi fa inciampare, mi fa respirare più forte e mi fa sorridere. È solo un arcobaleno in bianco e nero che si allontana quando mi avvicino. Smetto di sorridere quando me ne accorgo. Questo rumore cos'è? Cosa c'è dietro il muro? Qualcosa ci deve essere, non posso essermi sbagliato per tutto questo tempo. Solo che per ora non mi è dato di vedere.
Non guardare, non toccare.
Come sempre.
Potrei scappare a chi mi comanda. A chi decide per me. Non ne ho il coraggio.

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Paolo Pellegrin
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domenica, 22 novembre 2009

La descrizione di un attimo, 16

Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e ogni goccia d’acqua che mi sta bagnando
mi parla un po’ di te
sono giorni che cammino senza meta
portandoti per mano
se anche torneremo uguali a prima non importa
se dovrò mandarmi in cenere
per ritornare a vivere
La pioggia mi feriva
e non avevo più parole
ora è diventata neve
e cade morbida..
E io sono quello a cui
fai accender sigarette
e sono quello
per cui le hai accese tu
Il sano non crede al malato
e si annoia alla malattia
se avevi dei ricordi ora
ora son passati a me
e sono nudo per strada
da quando non mi copre il tuo sguardo
E nuda è la strada e i binari e le insegne
e nuda sei tu
il mondo ora è nudo
se non lo copre il tuo sguardo
Siamo orfani ora
io te e la strada
se non si divide il buio
si tradira’ sempre la luce
Io te e la strada
se non si divide il buio
si tradira’ sempre la luce
E nuda è la strada e i binari e le insegne
e nuda sei tu
il mondo ora è nudo
se non lo copre il tuo amore
siamo orfani ora
Siamo orfani ora
io te e la strada
se non si divide il buio
si tradira’ sempre la luce
Ti prego chiamami tesoro adesso
mentre piove e l’aria è fredda
e sono giorni che cammino senza meta
portandoti nel cuore


Vinicio Capossela - Orfani ora

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sabato, 21 novembre 2009

Slowblue III

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Preghiera, by Uvaozio

Non prego troppo spesso. Neanche so se posso dirmi credente. So che ogni tanto sento di dover parlare a qualcuno o con qualcosa, anche se dubito di essere ascoltato e dubito che otterrò una risposta.  Quando mi metto a pregare, uso questo verbo per obblighi di chiarezza, mi piace farlo come lo vedo fare a Kemal, Afiq e Nasri, marinai che negli anni ho incontrato galleggiando sul mare. Prego a braccia aperte a occhi chiusi rivolti verso l’alto. Non ho mai fatto caso se i tre arabi pregassero a occhi chiusi o aperti. A me piace di più pregare con gli occhi chiusi, come facevo anni fa quando speravo di baciare le prime ragazzine. Forse è per questo che ho sempre baciato con gli occhi chiusi. Non mi è mai piaciuto pregare con le mani chiuse, mi sa di difesa, di paura. Preferisco aprire e accogliere, pur ammettendo che finché non avevo visto loro tre pregare in quel modo non ci avevo mai pensato. Sì, avevo pregato a mani conserte anche prima ma quella era una semplice chiacchierata. Le notti in nave sono lunghe e non sempre i rumori e l’onda ti fanno dormire. Come spesso non mi ha fatto dormire il ricordo e l’odore di questa o quella prostituta, incontrata e amata, si fa per dire, solo per andare a occupare una casella vuota e che mai più si riempirà. È il suo ricordo che quindi non mi fa dormire e certe volte mi costringe a interrompere il sonno perché un sogno impertinente e noncurante della razionalità mi racconta cose che non voglio sentire e immagini che altre volte ho visto davanti alle quali adesso chiudo gli occhi e abbasso la testa. Quando le lunghe insonni notti me lo permettevano provavo a scambiare qualche parola con il Capitano, quello che naviga non sull’acqua ma sul vento e sopra le nostre teste. Ripeto, non mi aspettavo risposte e non ero sicuro di essere ascoltato ma almeno mi aiutavo nel trascorrere le ore. Raccontavo la giornata e non nego che serviva anche a me riordinare le idee e gli avvenimenti del tempo appena trascorso. Mia madre, dopo aver finito di stirare i panni appena lavati e stesi, apriva i cassetti e riordinava lì dentro magliette, mutande, calzini e tutte le altre cose con una cura addirittura fastidiosa. Ho bisogno di fare così per dare un senso alla serie di eventi, apparentemente inutili, che i miei sensi avevano colto durante il tempo tra l’alba e il sonno. Mi serviva per capire che quegli eventi, apparentemente inutili, se riordinati assumevano la loro vera caratteristica. Ovvero essere effettivamente inutili e senza senso. Racconto al Capitano di come ho passato i vari momenti della giornata, mi scuso se certe volte ho sentito di aver superato qualche limite che mi ero autoimposto. Lo ringrazio per badare alle persone a cui voglio veramente bene. Se esiste, il Capitano, questa operazione di controllo gli porta via pochissimo tempo. Poi lo saluto, “a domani”. Quando sto in mare di eventi non ce n’è un granché. Certe notti potrei stare a raccontare a Dio come si sfuma il blu a seconda delle nubi che passano e potrei giocare con Lui a dare un nome a ognuna di queste sfumature. Credo si annoierebbe. Si annoierebbe se parlassi tutte le notti del sorriso che non dimentico. Non so come prenderebbe il racconto dei nostri incontri. Dicono di lui sia molto attento a certi argomenti. Comunque non glieli racconto, non farebbe bene nemmeno a me. C’è poco da mettere a posto lì, immagini che già stanno nel cassetto che non aprirò più. E che si apre di notte, da solo.
 
Mi piace pregare, se la cosa che faccio dopo tutta la spiegazione si può sempre chiamare così, anche di giorno, adesso. Sotto il sole. Sul ponte. In piedi. Allargo gli avambracci e coi palmi lascio che il sole cada tra le mie braccia. Gli occhi li tengo chiusi ma certe volte provo a bruciarmi le pupille. Così, quando li richiudo, posso finalmente sorridere.

[Listening to Verdena, Il Gulliver]
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venerdì, 20 novembre 2009

Ipse dixit, 20

Preferiamo ricordarcelo così... Bellissima canzone, vera poesia e vere parole.

Voglio cantare l'uso della forza che nasce dalla comprensione
La forza che contiene la distruzione
Una forza cosciente serena che sa sostenerne la pena
Capace di pietà, tenera di compassione
Capace di far fronte, avanzare, capace di vittoria, di pacificazione
Canto la morte che muore per la vita di necessità
Che rifugge il martirio, l'autodafè
Non succube di ciò che si dice di qua sull'aldilà
Potrà guardarlo in faccia per quello che è, quando arriverà

L'amore non cantarlo, che si canta da sé
più lo si invoca meno ce n'è

canto la vita che, quando è il suo tempo, sa morire e muore
canto la vita che piange sa attraversare il dolore
canto la vita che ride, felice
di un giorno di nebbia, di sole, se cade la neve
canto la sorpresa nei gesti dell'amore
canto chi mi ha preceduto, chi nascerà, chi è qui con me
sono in questo spazio essenziale, un valore aggiunto

L'amore non cantarlo, che si canta da sé
più lo si invoca meno ce n'è

canto la guerra e so, non sono in buona compagnia
canto la pace che non è un mestiere, né una ideologia
canto la libertà, difficile, mai data, che va sempre difesa
sempre riconquistata

L'amore non lo canto, è un canto di per sé
più lo si invoca meno ce n'è.


P.G.R. - Montesole, 2002

073-Giovanni Lindo Ferretti

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lunedì, 16 novembre 2009

Egopticon

panopticon1

Posto al centro del mondo osservo tutto ciò che avviene intorno. Ogni minimo movimento cattura il mio occhio. Ogni assenza di movimento non sfugge al mio controllo. Osservo tutto attentamente, osservo tutto troppo attentamente e anticipo le mosse del tutto che mi circonda. Nelle finestre della torre mi sembra di vedere riflesso il mio corpo, i miei occhi e il mio viso ma l'immagine non si ferma e distolgo l'attenzione. L'immagine fugge per un gioco di luci o proprio perché sposto la mia pupilla verso altri spazi? Gioco con quell'immagine, a farla sfuggire, gioco col non vederla. Gioco col non guardarla. Fisso ciò che si muove intorno alla torre. Lascio fuggire ciò che rimane fermo dentro alla torre.
Io non controllo il controllore.
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martedì, 10 novembre 2009

I corvi

"Nossa maior tragédia é não saber o que fazer com a vida"
Josè Saramago

Tic e tac, tic e tac.
Tic e tac e il tempo passa. Passa il tempo e molto cambia.
Tic e tac.
Cambia il colore delle foglie e poi cadono lasciando nudi e scheletrici i rami.
Tic.
Si accende il riscaldamento a casa poiché cambia la temperatura e le nuvole sempre di più si frappongono tra gli occhi e il sole, freddo, di quest'autunno ormai pronto a chiamarsi inverno.
Tac e qualcosa tutto sommato cambia. Eppure, in quell'intervallo che c'è fra il tic e il tac il tempo sembra fermarsi e rimane lì, sospeso lì, in quel limbo senza cambiare mai.
Non cambia l'arricciarsi all'indentro e all'indietro del tuo labbro dopo aver bevuto dell'acqua. Rimane come traccia di una vicinanza ormai lontana.
Tic.
Non cambiano i nostri occhi silenziosi che si guardano sapendo che le nostre bocche che parlano non possono superare certi limiti che rimanendo zitti ci siamo posti.
Tac.
Tutto cambia soprattutto se non si vuole. Soprattutto, non venite a parlarmi di cammini, di percorsi. Non parlatemi di qualcosa che non sia misurabile, reale e tangibile. Lasciatemi la sensazione delle mie mani che scivolano sulle sue gambe. Gli odori. Le nostre voci, basse. Lasciatemi questi ricordi. Ve li renderò quando l'unico percorso che esiste avrà, tic, raggiunto la sua meta, tac.
Fino a quel momento, però, non prendetemi più in giro.
Tic.
Tac.
Non cambia il mondo.
Tic.
Non cambia la realtà.
Tac.
Non cambio nemmeno io ma la partita è ormai persa dall'inizio.
Cambio solamente nel non illudermi più.
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venerdì, 06 novembre 2009

La descrizione di un attimo, 15

Tempo, come sempre progetto, come qualche volta accade, come raramente mi riesce, di fare un inventario. Tempo di lasciare la testa libera di andare dove vuole e non fossilizzarsi sulla caduta e sull'impatto oppure sull'impatto e la caduta. O solo l'impatto. Perché in tempi di odio, soprattutto odio verso di me, mi son ritrovato a cadere da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passavo da un piano all’altro, per farmi coraggio  mi ripetevo: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.”
Per Hubert il problema era l'atterraggio. E se per me il problema fosse la caduta?
Comunque, fino a qui tutto bene, e stavolta è importante.

Quindi,
tre chiodi, due chiavi, una stanza, lo stereo che manda Jacques Brel, camicie e rose appassite, un quadro di Giacomo Spazio, del vino, e un romanzo di Beckett, le mie quattro armoniche a bocca e un libro sui fiori di Bach. Un vecchio biglietto dell'Elfo, i neri stivali di sempre, due foto, una sveglia, ed un letto.
E in mezzo io che penso a te
.

La Crus - Inventario

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