Igor Mitoraj, Héros de Lumiére (Yorkshire Sculpture Park, UK)
Una volta ho visto una statua. L'ho vista una seconda volta.
La prima volta stava in un salone buio ma le luci permettevano di godersi al massimo le curve bianche del marmo in cui era scolpita. Le pareti della stanza, del salone, erano nere e lei se ne stava al centro su di un piedistallo anch'esso di marmo bianco dalla sottili venature grigie. Lentamente mi avvicino alla statua e mi ritrovo gli occhi all'altezza del piede, della caviglia. Le dimensioni non sono troppo diverse da quelle di un uomo adulto. Provo a sfiorare il marmo con i polpastrelli. Cambia la visuale e divento la statua e inizio a guardare con i suoi occhi. Mi muovo lentamente e scendo dal piedistallo cercando di capire quanta strada devo fare per uscire dal salone. Appena tocco il pavimento la mia attenzione viene catturata da due quadri appesi. La luce viene anche da lì, dai volti in quei quadri raffigurati. Volti di due donne. Bellissime. Mi muovo verso l'uscita.
La seconda volta accade lo stesso. Entro nella stanza, mi avvicino alla statua e la tocco. Come se aprissi una porta dimensionale mi ritrovo con quel gesto dentro la statua. Sono la statua. Anche questa volta mi muovo scendo e mi incammino verso l'uscita senza però farmi distrarre dai due quadri. Non vedo nemmeno se sono sempre lì appesi, i due quadri.
Una volta ho visto una statua. L'ho vista una seconda volta. Anche una terza, qualche settimana fa. Mi ricordo che quella fu una serata di mancate promesse e di accesa discussione. Di forti emozioni nascoste e fatte esplodere dentro le pareti di un torace stanco e fumo grigio e blu di sigarette che le ore si allungavano per contenerle tutte.
Parole sussurrate che stanno appiccicate in gola e possono strozzare meglio soffiarle. Parole pronunciate che stanno conficcate in gola e possono far male meglio lasciarle. Parole comandate che stanno conficcate in gola possono strozzare meglio sputarle. Parole che invece non ho soffiato via e fuori. Non le ho lasciate uscire. Non le ho sputate. Il sonno è un percorso difficile da seguire in alcune notti particolari, notti in cui il respiro non riesce a calmare il battito del cuore che si sente stretto tra l'illogicità di una mancata volontà e un corpo che invece vorrebbe urlare e stringere. Notti in cui, di solito, al lato della strada non c'è niente in grado di catturare l'occhio e la mente. Non quella sera. Non quella sera in cui mi ritrovo di nuovo nel salone della statua. Il piedistallo era lì, come sempre, ma nero, non bianco. Le luci erano dove dovevano stare. I quadri, non so.
La statua invece era a terrra, a pezzi. Riconosco il braccio, quella caviglia. Il polso. Marmo bianco, a terra. Marmo bianco, a pezzi.
Finalmente.
[Listening to Pink Floyd - The Piper at the Gates of Dawn]