sabato, 25 luglio 2009

L'impressione

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Claude Monet, La Seine a Argenteuil, 1873

Ho bisogno di uscire da un mondo il cui cielo è perennemente color vaniglia. Ci riuscirò chiudendo gli occhi?

(intanto ascolto Njósnavélin ad libitum...)
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sabato, 04 aprile 2009

Le mille notti

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Dave McKean - Sandman #50, Distant Mirrors - Ramadan

Vorrei alzare il tuo braccio entrare nel tuo spazio e appoggiare la testa sulla tua pancia. Ti chiederei di raccontarmi di te di te di te e del tuo mondo e della tua storia. Mi farei raccontare chi sei e chiuderei gli occhi portando la tua mano destra sulla mia spalla e mi farei accarezzare i capelli con la sinistra. Assaporerei le onde e le vibrazioni che le tue consonanti e le tue vocali trasmetteranno attraverso il corpo. Ascolterò il tuo essere bambina e le corse con le calze di trina, i tuoi pianti sul cuscino quando il sangue cominciò ad essere testimone assente del futuro. Diventerò l'occhio che guardava i tuoi primi sorrisi alle spalle dei ragazzi e gli abbracci delle amiche quando il sorriso scompariva. Ti farò notare che quel signore che ti prese per mano quando ti sei persa nella piazza con la fontana ero io. Come erano miei gli occhi di quel bambino che ti ha sorriso dal passeggino quando l'estate aveva già cominciato a far scalciare i suoi piedini nudi. Sarò padre e figlio allo stesso tempo, sognando che il due diventi tre e quindi uno.
Comincerò poi a parlare io, incerto se sia il sonno che lascerà libere le mie parole o il sentirmi caldo sul e nel tuo ventre. Comincerò a parlare solo quando il sorriso del ricordo avrà preso il posto sul tuo volto, bello, dei solchi salati delle lacrime sulle guance. E rispetterò comunque la volontà dei tuoi occhi di rimanere lucidi. Ti parlerò e sentirò le onde e le vibrazioni delle mie vocali e delle mie consonanti attraversare la tua pelle e il tuo corpo. Ti farò entrare nel mio sogno, quello in cui ti ho visto aspettarmi sulla porta della nostra casa in collina con il tuo vestito di fiori e con un altro sogno, nel sogno, fra le tue braccia. O di quando sono tornato a casa a testa bassa dopo averti sorriso alzando un bicchiere di vino sapendo dei tuoi occhi rivolti altrove. Ti riporterò a sedere sulle mie gambe, sui nostri divani, quando i respiri dell'amore si rincorrevano e preannunciavano il due che diventa uno per volare a occhi chiusi e braccia strette ed era impossibile evitare che le nostre labbra si toccassero e si cercassero. Ti parlerò, senza nostalgia, di tutte le volte in cui siamo riusciti a perdere il nostro tempo ritrovato. Infine, ti porterò la mano sul mio cuore e ti farò sentire il suo battito elencando i nomi delle mille città che ho visto nei tuoi occhi quando ti sei girata verso di me di scatto sorridendomi su quella terrazza che dava sul mare e sul fiume. Su quel fiume e quel mare dove le stelle non erano in cielo ma nei tuoi occhi di diamante. E farò tutto questo chiedendoti di ascoltarmi a occhi chiusi e non ti permetterò di abbassare la testa a ripetere i tuoi "non è vero".
Ci scambieremo per mille notti i nostri racconti.
E pregherò Dio che tu non smetta mai di sorridere e sognare.
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venerdì, 23 gennaio 2009

Il cielo e i tetti

tetti

Ho cambiato il mio modo di camminare. Non so se da fuori si nota e onestamente non mi interessa. Quello che importa è che me ne renda conto io. Adesso cammino senza guardare in basso ma con gli occhi dritti davanti e a testa alta. E mi piace. Mi piace notare come avevo dimenticato come sono fatti gli scorci lassù in alto o gli angoli dei tetti che feriscono il cielo. Certo, cielo grigio adesso, ma che quando viene tagliato da quegli spigoli mostra l'azzurro e il bianco. E i palazzi che salgono in verticale. E le facce delle persone. Poi di notte, a rivedere come non facevo ormai da tempo l'Orsa Maggiore. C'era, lì, con la Stella Polare a brillare eppure io cercavo enfatici Osidi o stelle che non c'erano. Invece proprio lì, sopra di me, stava quella Stella Polare a brillare. Contemporaneamente alla schiena diritta se qualcuno mi osserva attentamente può vedere che sorrido anche se non posso negare che il busto eretto mi crea disagio. Non essendo abituato a questo nuovo passo mi sento scoordinato, senza equilibrio, con le braccia che vanno dove vogliono e quindi metto le mani in tasca a evitare un ridicolo dondolio. Sorrido divertito anche di questo perché mi sento un po' come quando da bimbo babbo tolse le ruotine della bici. Avevo paura di cadere ma ero sorpreso e curioso di vedere cosa c'era in fondo alla strada dove giocavano i bimbi grandi. Con le ruotine mica ci potevo andare. Non mi riconosco qua a scrivere e forse nemmeno mi piace come scrivo e non riconosco come mio quello che penso. Eppure è mio e molto più di quando diventavo l'altro per convincerlo e quindi di mio rimaneva poco. Sono a disagio a raccontare i miei sorrisi, paradossale, ma sorrido e me ne frego del disagio. Perché non ho più voglia di camminare a testa bassa, con le spalle che proteggono il petto e gli occhi a terra per cercare di evitare ogni ostacolo. Eppure il fiume mica si lamenta quando incontra i massi lungo il suo corso, vero Dario? Era il 10 gennaio scorso quando ho capito cosa volevo. Un anno preciso a ritrovare le tessere del mosaico. Un anno. E poi, basta un sabato, una strada buia e un disco. 10 gennaio. Quando ho capito che potevo guardare il cielo e i tetti. Come dicevo a M., queste sono le conseguenze dell'innamorarsi. Di sé.

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venerdì, 12 dicembre 2008

Bianco e nero

televisione

Bianco e nero. Un mondo in bianco. E nero. Bianco. E nero. È molto più facile vivere in un mondo in bianco e nero. Bianco. E nero. Facile, ma non comodo, perché non è comodo intraprendere il cammino che ti porta in cima al monte, quell'unico monte da dove si può vedere com'è in realtà il mondo. In bianco e nero. Bianco. E nero. Bianco, puro, pulito, luminoso e accecante come la verità. Bianco che acceca bruciando la cornea cauterizzandola e guarendola togliendo le impurità raccolte negli anni e depositatesi. E nero. Nero sporco, di petrolio, appiccicoso. Impuro e composto di un mare di corpi in decomposizione. Con animali dal sesso di demone che violentano esseri umani. E viceversa. E nel caos, nella confusione, nel rumore dei colori sparati tutti insieme tutto diventa nero impenenetrabile e sporco. Nero. Quando non si è in cima al monte si vuol vedere tutti i colori, tutte le sfumature, riconoscere l'indaco dal blu e vedere dove il giallo passa a essere rosso. Un caleidoscopio psichedelico dove perdersi lasciandosi trascinare. Oppure il grigio e le sue sfumature tra il bianco e il nero, dove voler vedere come non tutto il nero sia solo nero e come non tutto il bianco sia solo bianco. Non facile ma comodo perché non si fatica, ci si lascia semplicemente trascinare. Non facile perché si è costretti per scelta ci si è autoconvinti a vedere una realtà alternativa e virtuale. E si è cominciato quindi lentamente a camminare per aspera alla cima del monte quando si è capito che in quel turbine di colori inizia a diventare mare nero e oleoso togliendo l'aria e imprigionando mani e piedi. Tante volte le sirene dell'arcobaleno hanno cantato quasi convincendomi alla sosta e a tornare indietro. Anche quando il più del cammino era stato percorso. Poi la vetta, nonostante tutto. Da quassù l'occhio non ha bisogno di mettere a fuoco e tutto è più chiaro. Non ci sono colori cangianti e falsi, non c'è il grigio traditore. C'è la consapevolezza di una ontologica differenza tra l'essere e il non essere. Tra l'essere e il sembrare. Tra l'essere e l'apparire. Tra lo scegliere e l'essere scelti. Ci sono solo il bianco e il nero. Il bianco. E il nero.
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mercoledì, 12 novembre 2008

The Fall

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Volevo scrivere qualcosa. Sulla caduta. Su come la riconosco quando sta per avvenire. Volevo iniziare il pezzo scrivendo "eccola, la caduta" per poi descrivere quelle sensazioni che appunto ho vissuto ogni volta che sono caduto. In fondo al pozzo. Nell'inferno che mio non è e poi lo diventa. Scrivere delle unghie lasciate sulle pareti cercando di frenare e attutire il colpo. La terra. L'aria umida e fredda che entra nei polmoni da bocca e narici. Due occhi che si allontanano e rimangono su come stelle nel cielo. Volevo scrivere ma non ho scritto. Invece ho scritto. Ho paura che a forza di cadere nessuno mi ha più visto in superficie e adesso stanno chiudendo l'apertura in cima al pozzo.
Eccola, la caduta.
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domenica, 21 settembre 2008

Ferie

È finita la mia prima settimana in Costa Rica. Quella di lavoro, si intende. Da oggi sono in ferie e quindi stamattina, armato della mia macchina fotografica e soprattutto delle mie comode Adidas mi sono avventurato per il centro di San José, la capitale del Paese che qualcuno chiama "la Svizzera del Centro-America". Dall'albergo prendo l'Av. Central, la strada che taglia trasversalmente la città. Strada sporca, fangosa e con piccole pozze di acqua stagnante. A contrastare tutto questo l'arcobaleno delle case che costeggiano l'Avenida. Case aì colorate ma dotate di cancelli, sbarre e filo spinato. Paranoia? O esperienza? Mentre mi avvicino al centro le cose migliorano, passando accanto al Museo Nacional e al mercato che fungono da ingresso alla zona pedonale. La mattina è lenta, non troppe persone a giro e scatto le prime foto, non di certo facilitato dalle nuvole e dalla pioggia che cade costante (settembre è il picco della stagione costaricense delle piogge). Mi siedo spesso e guardo i volti delle persone. Meticci, caucasici, neri, qualche naso indio qua e là. Mi dondolo sullo spagnolo, lingua vicina e quasi comprensibile, soprattutto perché meno dura del castigliano iberico. Vado al mercato dell'artigianato e ovviamente è pieno di turisti. Quindi entro nel dedalo del Mercado Central, popolato esclusivamente da ticos (i costaricani). Mi perdo e non capisco se c'è una divisione tra settori merceologici. Quando esco piove sempre e sento salire l'emozione che portano con sé la curiosità e la scoperta. Chi mi sonosce sa che devo dare una connotazione femminile alle città che visito. Lisbona é tutto, moglie, donna, amante, mamma e puttana. Roma é mamma. Praga una prostituta. Londra una vecchia insegnante d'inglese. San José potrebbe essere una negoziante che ti invita a vedere la merce ma che getta sempre un occhio per vedere se qualcuno sta rubando qualcosa.
Continuo a guardare i muri, le vetrine, i volti e mi giro d'istinto a cercare qualcuno che non c'è per condividere le emozioni e i pensieri. Non c'è e vorrei che fosse qui a sorridere con me e con i suoi occhi a fare da specchio al mio orgoglio di piccolo bambino che cresce scoprendo il mondo.
Domani arriva Andrea, mio Fratello. Domani inizia un'altra settimana.

p.s.: durante la settimana di lavoro, o di training, ho guadagnato un soprannome (Italian Sex Machine) da una collega thailandese, mi hanno fatto notare che certe volte sembro un "hungry wolf" per come guardo le persone (collega danese) e la collega svedese a cui ho raccontato le mie disavventure sentimentali mi ha definito "a fucked up lesbian". Niente male, proprio niente male.
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martedì, 29 luglio 2008

Le vostre Millecento

Esercito nelle strade.
Impronte digitali prese ai bambini.
Lavoratori precari "risarciti".
I poliziotti della Diaz scagionati.
Campi nomadi dati alle fiamme per ingraziarsi i palazzinari.

Complimenti a tutti voi. Voi che "avete votato ancora la sicurezza, la disciplina". No, troppo facile cedere alla tentazione di citare Fabrizio e quindi dire che "siete lo stesso coinvolti". Troppo facile.
Chi era coglione?

... e vabbè, detto questo mi toccherà citarlo...

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
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martedì, 15 luglio 2008

Glowing Sun

Per chi c'era e soprattutto per chi non c'era...



Qua il link al bellissimo post dove ho trovato il video.
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venerdì, 20 giugno 2008

She is a Queen

In assenza di luce mi muovo lentamente ma con sicurezza. Sto basso a terra quasi strisciando ma con le braccia larghe piegate ai gomiti. Come una lucertola, come Gollum, come Dracula quando cammina sulle pareti. Mi faccio guidare dagli odori e dai rumori e dai lievi cambi di aria e respiri che sento sulla pelle e sui capelli e sui peli. Non mi sembra ci sia nessuno nella stanza e piano piano le pupille si abituano al buio e intravedo come ombra gli angoli dei muri. Il tatto diventa vista o almeno necessario aiuto. Il pavimento è liscio ma i palmi e le ginocchia avvertono sassolini e impurità a premere la carne. Continuo a muovermi come un animale e seguo al mio fianco lo sviluppo della parete. Liscia, fredda. Mi verrebbe da dire nera e lucida. Non mi sento a disagio. La terra così vicina alla pancia mi dà sicurezza e tale sicurezza la trasmetto ai miei movimenti, ai miei scatti. Quasi mi diverto, così animale, così bambino. Non mi preoccupo di come mi alzerò sporco. Mi diverto e gioco. Ancora nessuna luce ancora niente aria fresca ancora nessuna uscita. Ma cerco e continuo a cercare. Sicuro di non perdermi perché i sensi mi guidano e mi fido di loro. Giro il collo e la testa intorno a me e con il naso e con il palato avverto ogni minimo cambiamento dell’ambiente circostante. Qualcosa ha spostato l’aria vicino a me. Un odore diverso da quello della polvere. Quest’odore non taglia il mio fiato e non mi occupa le narici. Giro la testa a scatti a destra e a sinistra ma non vedo nessuna forma. Eppure questo è un respiro. In questa stanza c’è qualcuno. Chi c’è, sussurro. Chi c’è, dico. Chi c’è, urlo. Lo sguardo automaticamente si sposta verso l’alto e con lui la fronte e il pomo d’adamo a seguire il collo curvarsi. Per la prima volta da ore vedo qualcosa che non è ombra. Verde, azzurro, giallo. Un misto di questi tre colori in due triangoli. Occhi. Un dolore fortissimo mi fa piegare. Un calcio, qualcosa, mi ha colpito al fianco destro. Un altro calcio, forse, al mento. Uno scossone e un colpo alla base della nuca. Chiudo gli occhi e anche gli altri sensi sono ciechi. Occhi…
All’improvviso mi ritrovo sveglio, con il volto bagnato e gocce che colano dalla barba e dalla fronte e dalla punta del naso. Qualcuno mi ha gettato dell’acqua in testa per farmi svegliare. Uno per uno sento i cinque sensi riattivarsi. C’è odore di carne, come in macelleria e qualcosa sta bruciando. Il palato è secco, mi lecco le gocce d’acqua che trovo intorno alle labbra. Sferragliare. Le orecchie avvertono ferri che cozzano. Con le dita sento il muro. Ho le braccia alzate. Sono incatenato a una parete e lo sferragliare erano le mie braccia che vincevano l’intorpidimento e scuotevano lentamente gli anelli delle due catene. Gli occhi sono coperti da una patina e da una nebbia che lentamente si alza. La stanza è illuminata e sembra qualcosa di scavato sottoterra. Non c’è niente e non vedo niente e sembra svilupparsi dietro una curva. Non c’è nessuno anche se da dietro la curva sento dei passi. Piedi che sfiorano la terra. O forse zampe. Allungo il collo per sporgermi ma è inutile. Ah, ogni movimento più forte mi crea dolore al fianco, alla testa. Abbasso lo sguardo e mi sorprendo nudo, nemmeno troppo sporco dopo aver strisciato per ore. Qualcuno mi ha lavato ne sono certo. I passi si fanno più vicini e un’ombra lunga si staglia lungo la parete di fronte. Lentamente spunta una donna. Non troppo alta ma magra. Capelli scuri lisci. Una ciocca, a sinistra, disegna il profilo della guancia. L’altra forse è dietro l’orecchio. Dietro sono legati. Non sono troppo lunghi. Si muove sempre lentamente e con la mano destra, con le dita, sfiora il muro mentre cammina e viene avanti. Un piede dietro l’altro un piede dietro l’altro e si avvicina a me. Ha una veste d’oro e a arancio e una collana al collo con il pendente adagiato sulla valle tra i seni. Si trova a due metri da me, si ferma con una mano appoggiata a un fianco. Gli occhi hanno gli angoli esterni rivolti verso l’alto. E sono verdi, azzurri e gialli a secondo di come le fiamme sulle torce intorno a noi danzano. Si avvicina. Un passo. Sporge la testa verso di me. Chiude gli occhi e annusa. Sorride e intravedo due canini affilati che escono dalle labbra rosse. Ritrae la testa apre gli occhi e sempre sorride. bast2Non parla. Un altro passo. Alza la mano destra dal fianco e l’appoggia sul petto, con le dita che giocano con i miei peli. L’altra mano sulla spalla, tra collo e spalla fino ad accarezzarne il lobo. Guardo il suo sorriso (continua a sorridere) e i suoi occhi. Scendo fino all’interno del bicipite dove ha un tatuaggio. Una croce ansata nera. Un grido mi esce dalla gola. Mi fa male il petto ed è lei che stringe e sorride. Le sue unghie bucano la mia carne e sento calore. Ha bucato la carne e sta ferma. Sorride. Lentamente allenta la pressione e poi la aumenta di nuovo graffiandomi fino all’ombelico. Cosa stai facendo? le dico, Smettila, le urlo e lei sorride e chiude gli occhi come se avesse appena fatto un capriccio. Accarezza le ferite con i suoi polpastrelli e me ne apre altre sul braccio, sull’avambraccio e sul collo. L’altra mano intanto inizia a scendere dal collo e gira intorno alla ferite a disegnarne i perimetri. Arriva all’inguine e gioca ad arricciolare i peli del pube. Con una mossa repentina del polso abbassa la mano e mi stringe il cazzo mentre con l’altra mano affonda di nuovo le unghie nei buchi che ho sul petto. Stavolta chiudo gli occhi e stringo i denti per non urlare ma respiro sempre più forte. Il dolore del petto fa da contraltare all’erezione e al sangue che riempie i tessuti che lei stringe nella mano sinistra. Quando riapro gli occhi trovo il suo volto vicinissimo al mio, davanti. Tira fuori la lingua e con questa mi sfiora le labbra. Usa anche i suoi denti e mi morde dolcemente l’angolo della bocca. La sua lingua è secca, asciutta e la bagna con la mia saliva con il mio sudore. Risale fino agli occhi e con la punta della lingua mi asciuga una lacrima. Si sposta verso l’orecchio e la sento sussurrare mentre vedo una rada peluria alla base del suo collo sulla spina dorsale. Bast, dice. Chiudo gli occhi di nuovo. Bast…
Listening to Isis - In the Absence of Truth
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sabato, 14 giugno 2008

Canzone del deserto

cleopatra

... appena entro nel salone mi colpisce al naso una mistura avvolgente di incenso e hascish, ma anche di sudore e piscio. Il luogo dove mi trovo è enorme e delle colonne ne seguono il perimetro rettangolare. Ci sono tantissime persone, forse un centinaio, per la maggior parte adagiate su cuscini damascati e di seta organizzati a mò di giacigli. Uomini e donne. I primi per la maggior parte in vesti bianche dalla carnagione scura e quasi tutti con i baffi. Le donne sorridono, almeno quelle di cui si riesce a vedere la bocca. Per il resto i loro corpi sono pressoché nudi. Bellissimi. In fondo al salone una specie di piano rialzato su cui alcuni uomini con delle percussioni iniziano lentamente a scandire un ritmo. A dire la verità sembra stiano controllando la tensione delle pelli dei tamburi. Invece dopo un poco iniziano effettivamente a suonare, pur non essendoci soluzione di continuità tra la prima fase e la musica vera e propria. Tra le persone nel salone alcune fanno l'amore ma a fatica si sentono gemere. Ciaramelle e flauti si aggiungono ai tamburi e alle campanelle e il ritmo si fa progressivamente ossessivo. Dalle aperture tra le tende che circondano i suonatori iniziano a uscire delle donne vestite di veli. Catenelle d'oro sui polsi, al collo, alle caviglie e appese tra naso e orecchie. Veli rossi, blu, porpora, arancio. Non fanno rumore muovendosi anche se vedo dondolare gli ori che portano. I loro piedi sfiorano il pavimento anzi le dita dei loro piedi lo sfiorano. Iniziano a muoversi seguendo la musica e con le braccia spiegano i veli e scoprono ombelico e pancia. Sono eleganti, sono sensuali e penso di avere un'espressione ebete guardandole. Sarà l'hascish sarà la musica ma non vedo non sento altro intorno a me. I colori dei veli diventano l'unica cosa che i miei occhi vedono insieme ai corpi delle ballerine e alla loro pelle sudata. Mi distoglie dal rapirmi del tutto solo l'imbarazzo causato dalla mia erezione. Mi preoccupo per i pantaloni di lino, troppo leggeri e inadatti a coprire. Lentamente faccio svanire l'imbarazzo e cerco di catturare gli occhi con gli occhi, i suoi con i miei, di una delle danzatrici, non di prima fila oltretutto. Da qua mi sembra di sentire l'odore dei suoi capelli. Che sono riccioli, scuri, grossi. La sua bocca è coperta come quella della maggior parte delle altre donne presenti in questo salone (ma ci sono sempre?). I suoi occhi tra il marrone e il verde e cerco di non perdere mai il suo sguardo, anche se da questa distanza non sono sicuro che stia effettivamente guardando me. Forse sì. Lo spero. Lo voglio. Il suo corpo è ambrato e guizza di sudore. Si intravedono i muscoli ma anche le morbide curve tra il bacino e le costole. Spesso con i suoi movimenti scopre le cosce e i polpacci. Movimenti che avvolgono e che alternano mosse scatti e disegni circolari. Sembrano fiamma. Non voglio che questa musica finisca. Voglio stringere quella ballerina. Voglio avere il suo corpo, vedere la sua bocca e essere mangiato dai suoi occhi. Voglio essere lama di coltello dentro il tuo corpo.

Listening to Dead Can Dance - Toward the Within

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